FILOSOFIA DELL'ANIMA

di Rina Brundu

Dialoghi 7: dell’addio.

– Vado via, maestro.
– Di già?
– La tua voce non suona così sorpresa.
– Vero…
– Bisogna…
– Forse si potrebbe fare in altro modo….
– La tua voce non suona così convinta.
– Vero.
– Non ci sono altri modi, a volte…
– C’è sempre un modo….
– Dipende, maestro….
– Da cosa?
– Da come si vorrebbe andare avanti, immagino. Ma sei tu il maestro…
– Non ci sono maestri nella scuola della vita….
– Però avere già vissuto a lungo fa una differenza…
– Ma non si possono vivere i destini degli altri.
– Fa male, maestro… fa ancora molto male….
– Il tempo non è medicina cattiva…
– Ma può uccidere comunque.
– Dimenticherai…
– Credi, maestro?
– Sicuro.
– Magari ci rivediamo a primavera….
– Quando le mandorle saranno in fiore…
– Come nella vecchia vigna….
– Mi hai raccontato spesso anche delle pesche…
– Succose, succosissime maestro, come non ne ho mangiate più!
– La vigna era grande…
– Filari bellissimi. L’accudiva il nonno, poi…
– Poi?
– Poi pure lui è andato… Adesso lo immagino in un prato verde, verdissimo, dove si trova un singolo albero ai cui rami bassi si può comunque legare il cavallo….
– Perché?
– Per riposare. Non importa quanto sia stata facile la camminata: a volte occorre poter riposare. Se poi la mulattiera è stata particolarmente difficile da percorrere….
– Capisco.
– A nos intende tando.
– A nos intende.

RB 11.10.2011

Dialoghi 6: della natura umana e della ghianda.

– Maestro, te lo giuro, mi è venuto da ridere. Ho riso tanto. Tantissimo. Era un poco come se un brutto anatraccolo si facesse gioco delle favolose ali di una farfalla….
– E tu saresti la farfalla?
– Non ho detto questo…
– Però lo hai pensato!
– Per un momento, lo ammetto…
– Solo un momento?
– Acciderba, maestro: lo penso ancora! Penso pure che questa sia la verità! Non ho molti pregi, ma da quel punto di vista…
– Temo che ci stiamo allontanando dal punto…
– Lo credo anche io: il punto era che volevo capirne un po’ di più….
– Delle favolose ali di una farfalla?
– Non farti gioco di me, maestro! Della natura umana: di cos’altro?
– E cosa vorresti capire…
– Per esempio, perché dentro l’oceano che la rende grande si formano stagni che la fanno vivere in maniera infinitamente indegna…
– Ne sei sicura?
– Sicura, di che?
– Che quegli stagni la facciano vivere in maniera indegna?
– Maestro, se tu fossi una balenottera azzurra preferiresti nuotare in spazi aperti o soffocare tra pareti anguste?
– Ma se tu fossi girino, non preferiresti acque più calde?
– Allora, è un problema di quel che si è?
– O di come si è….
– Manchi di logica, maestro: qui parliamo di due ghiande della stessa quercia, tuttavia, una sta a destra, l’altra a sinistra, una sta in alto, l’altra sta in basso, una ad occidente, l’altra sta ad oriente… non si incontreranno mai se non forse sul terreno gelato quando cadute e le compagne saranno già state raccolte dai contadini o divorate dagli animali selvaggi…..
– Però il vento….
– Il vento soffia uguale per tutte, maestro!
– Ma se cantasse canzoni altre?
– Che vuoi dire, maestro?
– Che a volte, a seconda del punto d’ascolto, l’eco delle montagne manda messaggi diversi…
– Quindi sarebbe colpa delle montagne?
– Credo che metterla giù così sarebbe raccontare una mezza bugia, mentre…
– Mentre?
– Mentre è indubbio che l’eco, di solito, racconta anche una mezza verità….
– Quindi adesso stai dicendo che è stata colpa mia, maestro?
– No, questo lo stai pensando tu…
– Forse…
– Il problema, credo, è uno di saper vedere le cose dalla giusta prospettiva, apprezzare la vita asfittica del girino nello stagno così come gli spazi aperti inseguiti dalla balena, ma si tratta finanche di una questione di….
– Di?
– Di mantenere la giusta postura mentre si raccoglie la ghianda….
– La ghianda?
– La ghianda, la ghianda: mi hai detto che è stata una soltanto, no?
– Capisco, maestro!
– E comunque…
– Sì?
– Nella vita non bisogna mai piegarsi troppo o si rischia di mostrare il sedere sotto la gonna…
– Credo di riuscire a seguirti adesso, maestro…
– Anche perché…
– Continua, maestro…
– Anche perché quella ghianda era probabilmente comunque baccata: non sarebbe sfuggita all’occhio attento dei contadini o alle bocche buone dei suini selvatici, altrimenti!

RB 10.10.2011

Dialoghi 5: dei sogni e dei diamanti.

– Ho fatto un sogno, maestro.
– Non mi sorprende: sogni spesso tu.
– Si, ma questo era diverso…
– Raccontamelo.
– Ho sognato un anello, gigantesco, fatto di diamante lungo tutta la superficie… viola…
– Perché esiti?
– Be’ era viola, maestro…
– E allora…
– Allora non è il miglior colore da sognarsi…
– Per un artista…
– Pure questo è vero, maestro. Ma resta sempre un colore di mezzo, tra blu e rosso, tra saggezza e amore, tra calma e passione…
– Forse è il periodo..
– Forse è l’essenza….
– E poi?
– Poi ho sognato che mi ero tagliata i capelli…
– Non sono venuti bene?
– Maestro, ti ho detto che… ho giurato che… non li avrei tagliati fino a quando….
– Potresti ritrovarli a pulire il pavimento…
– Sicuro. Comunque mi sono preoccupata…
– Nel sogno?
– Sicuro, nel sogno. Per un istante li ho visti che sfioravano solamente le spalle e tendevano al biondiccio…
– Questo è un serio motivo di preoccupazione, ne convengo…
– E tanto ho fatto che poi ho visto come in un flash, da dietro, i miei capelli che si spandevano a raggiera…
– Sempre biondicci?
– Sempre. Poi però….
– Però?
– E’ stato come fosse passato un po’ di tempo, nel sogno, intendo…. Quindi li ho ritrovati lunghi, brillanti e infine…
– Infine?
– Ho visto il mio volto coronato da capelli folti e neri: tutto sommato, bello…
– Una chiusura degna: perché preoccuparsi?
– Mi hai ascoltato bene, maestro?
– Ho fatto del mio meglio…
– Allora mi avrai sicuramente sentito mentre ti dicevo che era “passato del tempo”….
– Avresti preferito “subito”?
– Io preferisco sempre il subito….
– Lo so…
– Perché attendere, maestro?
– I veri diamanti lo fanno…
– Milioni di anni, maestro. Un po’ troppo: ne convieni?
– Forse: però che durezza, che lucentezza, e che colori brillanti….
– Sempre che non si diventi… viola….
– Non sarei così categorico: forse, in quel caso, si trattava solo di un quasi diamante che pensava di essere già tale….
– Ah maestro: un’altra predica? Solo quando la saggezza avrà preso il posto dell’amore, solo quando la calma avrà ucciso la passione…
– Ripeto, non sarei così categorico: forse soltanto quando il tempo ne avrà reso i numerosi cristalli più resistenti, duri e tenaci, indifferenti alle sue stesse intemperie…
– Allora, occorre davvero rassegnarsi ad aspettare…
– Temo proprio di sì….

RB 09.10.2011

Dialoghi 4: della vita e delle anime.

– Come sarebbe a dire che erano tante? Mi pare ovvio che fossero tante: proprio lì e all’ora di punta…
– Non è questo il mio discorso, maestro…
– Illuminami…
– Be’ bisogna provare a fermarsi nel mezzo del cammino, lasciare che ti vengano incontro, guardarle in faccia, studiarle con attenzione… Lo hai mai fatto, maestro?
– Non esattamente, tuttavia sono un buon osservatore….
– Non è la stessa cosa…
– Perché no?
– C’era una coppia con un bambino…
– Turisti?
– Come lo hai capito?
– Fortuna.
– Stranieri, maestro, forse tedeschi, nordici comunque. Lei era alta, una donna ben messa…
– Non era bella, vero?
– Non era brutta, maestro. Ma aveva un che di mascolino: un viso troppo bianco, un vago rossore sul volto, e il suo sguardo…
– Sì?
– Il suo sguardo mirava dritto in avanti…
– Avrebbe dovuto guardare altrove?
– Be’ aveva il bambino per mano e quello che immagino fosse il marito, il suo uomo, le camminava accanto…
– Una bella cosa, no?
– Lui fissava un iPhone che teneva sul palmo della mano…
– Capisco…
– Anche il marito era come la moglie: ben messo, uguale a milioni di altri uomini qualunque….
– Capita…
– Ma erano gli occhi…
– Gli occhi di chi?
– Di lui, di lei: non sorridevano, non si sfioravano, non si guardavano….
– E poi?
– E poi c’era un vecchio tibetano colorato d’azzurro e di mille altre tinte che ha improvvisato un rito straordinario…
– Buon per te…
– Il viso deformato in una smorfia strana di un uomo-bambino di razza celtica, con i capelli rossicci quasi sbatteva contro il mio…
– Anche questo capita….
– Quindi ho notato la signora elegante che indossava scarpe trendy, giusto un minuto prima che due ragazzini svitati mi sfiorassero correndo e infine…
– Infine?
– In fondo alla strada c’era lei….
– Lei chi?
– La mia suonatrice d’arpa: doveva essere bellissima, maestro!
– Se lo dici tu…
– Non lo dico io, maestro! Lo dice il suo viso delicato, la pelle color avorio, i capelli raccolti come una madonna degli anni ruggenti, le labbra perfettamente disegnate e rosse, rosse come le ciliegie nell’orto della nonna milioni di anni fa….
– Ma….
– Gli occhi, maestro….
– Mi ripeto: di chi?
– I suoi occhi, maestro! Gli occhi della mia suonatrice: distanti, lontani, perduti, immersi in ricordi di cui noi non possiamo sapere. E poi…
– E poi?
– E poi la pizzicava ma non la suonava….
– Cosa?
– Come cosa, maestro? L’arpa: la sua arpa bellissima! La pizzicava ma non la suonava. Era come se facesse solo finta. E comunque non parlava mai….
– Ho capito, credo però che ci siamo persi il punto…
– Il punto, come ti dicevo maestro, era che erano davvero tante…
– Ti ho già detto che non ci vedo nulla di strano: non in quel luogo non a quell’ora….
– Erano tante maestro, credimi!
– Non ti comprendo…
– Tante… per quell’andare scomposto: una di qua, una di là, una che entrava nel vicolo laterale, una nel pub di fronte, altre tagliavano per vie parallele…
– Ne sei davvero sicura?
– Non dovrei?
– Pensaci meglio…
– Forse, forse… Forse mi sbaglio.
– Sì?
– Hai ragione tu, maestro: in effetti il fiume seguiva il suo corso.

RB 07.10.2011

Dialoghi 3: del tempo, dell’amore…. e dell’ombra.

– La vedi, no?
– Che cosa, maestro?
– Di là…
– Maestro, il giardino è spoglio: c’è solo quell’albero….
– Guardalo meglio…
– Non vedo nulla ti dico: né un fiore che gli dia colore, né un uccello a regalargli il suo canto, né un qualsiasi frutto succoso verso cui tendere la mano…
– Per terra…
– Per terra c’è solo l’ombra…
– Appunto!
– Maestro, è solo un’ombra!
– Ma prima, quando il sole splendeva afoso nel cielo…
– Mi ha dato riparo, lo so. Però resta pur sempre un’ombra….
– Ti servirebbe di più?
– Non dico questo: il fatto è che se la collina non fosse così vuota….
– Quest’albero si perderebbe alla vista…
– Che idea bislacca, maestro! Lo riconoscerei tra mille….
– Da cosa?
– Be’, dal tronco….
– Non ci vedo nulla di speciale….
– D’accordo, ma concedimi che la sagoma delle fronde è unica….
– Non direi: già due settimane orsono era diversa, poi il fulmine l’ha privata di parecchi rami sporgenti…
– Però io saprei ritrovarlo l’albero perché so esattamente dove si trova: l’ho sempre saputo, maestro!
– Così ti pare…
– Così è, maestro!
– Precisamente, dove si trova allora?
– A metà collina, a metà di questa collina opposta a quella…
– Non fa una grinza. Ma ad occhio e croce altri cento alberi potrebbero stare in quella medesima posizione….
– No, maestro, io lo saprei, lo indovinerei che si tratta di questo specifico albero…
– Santa pazienza, ma da cosa?
– Lo sentirei… nell’anima….
– Quindi…
– Quindi?
– Quindi portandoci avanti nel discorso, potrebbe esistere una relazione tra l’albero e la sua ombra diversa da quella che li fa entrambi figli della luce…
– Può darsi, magari un effetto simbiotico come un altro, maestro….
– Non lo metto in dubbio: ma perché la tua anima dovrebbe “sentirlo” se così fosse?
– Stai forse sostenendo che quell’ombra esiste per me? Mi sorprende questo tuo ragionare minimo, maestro: lungi da me negare che finanche le ombre possono tornarci utili, a me come a te! E’ destino delle ombre avere una qualche loro utilità, lo stesso dovrebbe potersi dire degli uomini…
– Tornarci utili?
– Mi correggo, maestro: lungi da me negare che il nostro cuore possa provare gratitudine anche verso un’ombra….
– Ne deriva che il problema, posto che ci fosse, potrà essere soltanto…
– Ho capito, maestro: il problema potrà essere soltanto con l’albero, soltanto con l’albero.
– O dell’albero….

RB 06.10.2011

Dialoghi 2: del tempo, dell’amore… e delle farfalle.

– Bentornata! Dove sei stata?
– In giro. Un po’.
– In giardino…
– C’è l’erba da tagliare: lo so!
– E sulla sua tomba…
– … cresce la gramigna.
– Ma…
– Ma lei non vive lì. E’ sempre stata con me: tutto il tempo! Non l’ho lasciata andare mai…
– E lui?
– Lui, no. A volte sì e a volte no.
– Mi dispiace…
– Di che?
– Eravate così belli…
– Ed è dolce, lo so. Però…
– Forse, in viaggio, qualcosa, qualcuno….
– Nel viaggio della vita, sì! Occorre capire…. Occorre cominciare a capire…
– E come potrai farlo? Capire, intendo….
– Speravo nel tuo aiuto, maestro…
– Sono vecchio…
– Mi serve l’esperienza del tempo…
– Sono sordo…
– D’orecchio, forse, ma la tua anima avverte anche il più leggero vibrare… nella mia.
– Non ci vedo quasi più…
– Il mio viso è meno giovane ora, non perderai nulla. Invece, volevo…
– Sì?
– Volevo… sapere….
– Cosa?
– Queste farfalle…
– Volano?
– Di fiore in fiore, dentro e intorno al cuore. Piluccano, spiluccano, spizzicano, spilluzzicano… a volte fanno male.
– E vorresti?
– Che non fossero più!
– Perché?
– Perché non è più il tempo delle farfalle…
– E’ autunno…
– Proprio come quando se n’è andata lei, maestro!
– E ,da allora, non ha mai smesso di esserlo, per te!
– Dicevo delle farfalle, maestro…
– Loro vengono a primavera…
– Appunto, bisogna fare qualcosa…
– Perché?
– Perché non è più il tempo delle farfalle….
– E’ autunno…
– Ti ripeti, maestro!
– E’ la memoria…
– Non sei così avanti negli anni, maestro…
– Non mi segui: è la memoria…
– La memoria?
– La memoria, spesso, stende veli setosi e brillanti sui suoi domini, s’imbroglia e ci imbroglia facilmente sui suoi antichi tesori. Di converso, il futuro…
– Il futuro?
– Ama i tessuti pesanti, i tendoni difficili da squarciare, però…
– Però…
– Però, bisogna capire…
– Proprio ciò che pensavo di fare, maestro!
– Comincia dall’erba in giardino…
– … e dalla gramigna sulla sua tomba. Lo so, grazie maestro!

RB 04.10.2011

Dialoghi 1: dell’amore e del tempo.

Mi par di capire, maestro, che mi stai mettendo in guardia contro l’innamoramento alla mia età. Non comprendo: che cos’è che tu reputi amore? Forse quelle strane sensazioni, quelle disordinate pulsioni che colorano i nostri sogni di adolescenti? Se così fosse le ho vissute anche io: urgenti, pressanti, importanti. Bellissime. Ma, nel tempo, il primo amore se non si dimentica, perde di importanza. Sono rari gli innamoramenti giovanili che durano tutta una vita perché vivere significa prima di tutto cambiare e cambiare significa conoscere. Conoscere il nuovo. Conoscere ciò che è stato scritto nel destino. Ne deriva che tanto più ricco sarà quel fato tanto più facile sarà incontrare… altri esseri tra i quali si potrebbe nascondere finanche lui/lei….l’altro/l’altra. Quello importante. Perché, devi concordare, maestro, l’amore non può essere neppure l’infatuazione più o meno rilevante che ci sconvolge la vita mentre siamo troppo impegnati a viverla, mentre tutto ciò che conta è la materialità dell’esistenza: costruire case, viaggiare, vedere, imparare, sognare il lecito e l’illecito, giocare con poco o con tanto a seconda della nostra indole. Io credo, maestro, che l’amore sia qualcos’altro. Non è mia intenzione formulare leggi universali né convincerti che il mio ragionare sia cosa buona e giusta. Penso anche che il concetto d’amore sia vestito modellabile a seconda di chi lo indossa e dei suoi personalissimi desideri. Non è perciò mio intendimento formulare leggi universali, lo ripeto, ma non per questo sarò meno timida nell’esporti il mio pensiero. Credo (ne sono convinta), che l’amore, quello vero, sia soprattutto un incontro che è figlio del tempo. Questo per dire che, anche volendo, noi non lo si potrebbe incrociare né un secondo prima né un secondo dopo l’istante importante in cui si è pronti ad abbracciarlo. E a riconoscerlo. In cui si sarebbe dovuto abbracciarlo e in cui si sarebbe dovuto riconoscerlo. Ti immagino scettico, maestro! Immagino il sorriso ironico malamente accennato che trasforma quel tuo bel viso che sa del tempo passato, ma non desisto. La mia tesi pregnante rimane dunque proprio quell’ultima possibilità che, lo so, più di ogni altra opzione logica ti ha fatto sorridere: l’amore è davvero un incontro che è figlio del tempo, non ne è mai una sua vittima! L’amore importante è quello che arriva quando più ce n’è bisogno ed è quello che cresce mentre ci si allontana verso l’uscita… E’ il sentimento che si riesce a donare quando l’altro spirito incarnato, che tu indovini parte di te, vive dentro un corpo vissuto, temperato, scornato, piegato dal dolore o dalla fatica, disilluso, intimamente certo di non meritare nulla di più. E’ il sentimento che riesce a far rinascere nello stesso istante due spiriti destinati ad incontrarsi. Non importa quando. Perché, tu mi insegni, maestro, che gli spiriti non soffrono il tempo. Perché tu mi insegni, maestro, che ogni minuto, ogni istante di questo breve viaggio terreno è in fondo uguale all’istante che lo precede, o lo segue: non esistono attimi più pregnanti di altri (crederlo vorrebbe dire coltivare una pericolosa illusione capace finanche di porre fine a qualsiasi desiderio di viverla tutta questa nostra straordinaria esperienza), men che meno esistono attimi fanciulli, o attimi anziani. Esistono invece momenti infiniti, ciascuno in spasmodica attesa di realizzare al meglio il proprio destino, ciascuno timoroso di smettere di essere futuro per diventare un presente che si trasformerà presto in un passato da dimenticare. Logica vorrebbe, quindi, maestro, che la miglior vita (la vita più felice?) sia quella in cui il maggior numero di tali “attimi” riescano a realizzare il proprio destino, nel loro giusto tempo. Conseguenza delle cose sarebbe, allora, che non esistono amori giovanili da cullare e amori altri da dimenticare. O da soffocare. Senza considerare che se ricchezza certa è il cestino di fiori recisi, di rare gemme ideali raccolte per strada durante il nostro faticoso cammino, quello (il cestino) sarà tanto più colmo e quella (la ricchezza) sarà tanto più grande quanto più in là si sarà andati nel tempo. Così come tanto più grande sarà la gioia nel condividerla… Sento, maestro, di non avere risposto ad ogni tua domanda muta, e di avere, in verità, solamente iniziato ad esplorare queste possibilità. Mi rendo conto finanche che il mio è in fondo un esercizio retorico come un altro, un percorso fintamente accidentato o palesemente infingardo che non mi dà certezza di avere realizzato al meglio neppure il destino di uno qualunque di quegli infiniti istanti di cui ti parlavo sopra, ma forse questo non è tanto importante: l’importante è averci provato!