Dialoghi 4: della vita e delle anime.

di brundur

– Come sarebbe a dire che erano tante? Mi pare ovvio che fossero tante: proprio lì e all’ora di punta…
– Non è questo il mio discorso, maestro…
– Illuminami…
– Be’ bisogna provare a fermarsi nel mezzo del cammino, lasciare che ti vengano incontro, guardarle in faccia, studiarle con attenzione… Lo hai mai fatto, maestro?
– Non esattamente, tuttavia sono un buon osservatore….
– Non è la stessa cosa…
– Perché no?
– C’era una coppia con un bambino…
– Turisti?
– Come lo hai capito?
– Fortuna.
– Stranieri, maestro, forse tedeschi, nordici comunque. Lei era alta, una donna ben messa…
– Non era bella, vero?
– Non era brutta, maestro. Ma aveva un che di mascolino: un viso troppo bianco, un vago rossore sul volto, e il suo sguardo…
– Sì?
– Il suo sguardo mirava dritto in avanti…
– Avrebbe dovuto guardare altrove?
– Be’ aveva il bambino per mano e quello che immagino fosse il marito, il suo uomo, le camminava accanto…
– Una bella cosa, no?
– Lui fissava un iPhone che teneva sul palmo della mano…
– Capisco…
– Anche il marito era come la moglie: ben messo, uguale a milioni di altri uomini qualunque….
– Capita…
– Ma erano gli occhi…
– Gli occhi di chi?
– Di lui, di lei: non sorridevano, non si sfioravano, non si guardavano….
– E poi?
– E poi c’era un vecchio tibetano colorato d’azzurro e di mille altre tinte che ha improvvisato un rito straordinario…
– Buon per te…
– Il viso deformato in una smorfia strana di un uomo-bambino di razza celtica, con i capelli rossicci quasi sbatteva contro il mio…
– Anche questo capita….
– Quindi ho notato la signora elegante che indossava scarpe trendy, giusto un minuto prima che due ragazzini svitati mi sfiorassero correndo e infine…
– Infine?
– In fondo alla strada c’era lei….
– Lei chi?
– La mia suonatrice d’arpa: doveva essere bellissima, maestro!
– Se lo dici tu…
– Non lo dico io, maestro! Lo dice il suo viso delicato, la pelle color avorio, i capelli raccolti come una madonna degli anni ruggenti, le labbra perfettamente disegnate e rosse, rosse come le ciliegie nell’orto della nonna milioni di anni fa….
– Ma….
– Gli occhi, maestro….
– Mi ripeto: di chi?
– I suoi occhi, maestro! Gli occhi della mia suonatrice: distanti, lontani, perduti, immersi in ricordi di cui noi non possiamo sapere. E poi…
– E poi?
– E poi la pizzicava ma non la suonava….
– Cosa?
– Come cosa, maestro? L’arpa: la sua arpa bellissima! La pizzicava ma non la suonava. Era come se facesse solo finta. E comunque non parlava mai….
– Ho capito, credo però che ci siamo persi il punto…
– Il punto, come ti dicevo maestro, era che erano davvero tante…
– Ti ho già detto che non ci vedo nulla di strano: non in quel luogo non a quell’ora….
– Erano tante maestro, credimi!
– Non ti comprendo…
– Tante… per quell’andare scomposto: una di qua, una di là, una che entrava nel vicolo laterale, una nel pub di fronte, altre tagliavano per vie parallele…
– Ne sei davvero sicura?
– Non dovrei?
– Pensaci meglio…
– Forse, forse… Forse mi sbaglio.
– Sì?
– Hai ragione tu, maestro: in effetti il fiume seguiva il suo corso.

RB 07.10.2011

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